7/10: CONTATTI FRA LE CULTURE PRECOLOMBIANE DELL’AMERICA E I POPOLI DI TUTTO IL MONDO ANTICO – IL CONTATTO CON I POPOLI DELLA MESOPOTAMIA.

CATEGORIA: CONTATTI FRA LE CULTURE PRECOLOMBIANE DELL’AMERICA E I POPOLI DI TUTTO IL MONDO ANTICO / AMERICA PRECOLOMBIANAI POPOLI DELLA MESOPOTAMIA

Leggendo alcuni articoli da me pubblicati, avete avuto modo di scoprire che le tracce di un contatto fra le culture precolombiane d’America e i popoli provenienti da altre parti del mondo antico, sono davvero innumerevoli. Durante il mio viaggio in Messico, e Guatemala, mi è stato riferito da diverse guide all’interno delle rovine maya, che in America, sarebbero sbarcati anche quei popoli antichissimi provenienti dalla Mesopotamia, come ad esempio i sumeri e i babilonesi. Ma ecco che sorge il primo dilemma: studiando infatti la cronologia di questi popoli, non possiamo non notare come la cultura maya si sia sviluppata molto più tardi rispetto a quelle mesopotamiche, ma è anche vero che, con ogni probabilità, diversi centri maya siano in realtà molto più antichi di quello che riferisce la storia ufficiale, e che gli stessi maya, li abbiano semplicemente “ereditati” da culture più remote. Ma è possibile che civiltà così antiche, come i sumeri o i babilonesi siano riuscite a navigare fino alle Americhe? Proviamo a vedere quali indizi potrebbero suggerire il loro approdo nel territorio americano.

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Senza alcun dubbio, uno dei reperti più interessanti da analizzare, è il vaso Fuente Magna, conosciuto anche come “Vaso Fuente”. E’ un manufatto scoperto in Bolivia circa 70 anni fa, attualmente al centro di numerose controversie. Si presenta come un vaso molto grande, assomigliante a un vaso per libagioni e secondo gli studiosi, fu utilizzato probabilmente proprio durante le cerimonie religiose, ma la caratteristica più strana di questo reperto, è che alcune delle sue parti, sarebbero scritte in caratteri cuneiformi, sumero e proto sumero, stando ai risultati delle analisi e delle ricerche effettuate da alcuni esperti di scritture antiche. Lo straordinario vaso, fu rinvenuto negli anni 50′ da alcuni agricoltori presso la località di Chua, a 70 chilometri da La Paz, presso il lago Titicaca, e successivamente, nel 1960, fu cosegnato alla famiglia Manjon al municipio di La Paz, che lo custodì per diversi anni, e attualmente, si trova nel piccolo “Museo de metales preciosos – Museo de Oro” in Calle Jaén, La Paz, in Bolivia. Ora, arriviamo a noi…Cosa ci fa in Bolivia un vaso con incisa una scrittura sumera e proto-sumera? La lingua che troviamo sul Vaso Fuente non ricorda nessun tipo di altra scrittura o decorazione sviluppata presso le culture precolombiane in America, e come già detto, analizzata e studiata dagli esperti, è stata identificata proprio come un’antica scrittura sumera. E’ evidente che qualche avventuriero proveniente dalla Mesopotamia, o comunque, con appresso un manufatto realizzato proprio in quell’area geografica, ad un certo punto della storia, abbia deciso di intraprendere un lungo viaggio fino al sud America. Va ricordato che una delle divinità principali degli inca, l’impero che si sviluppò tra il Perù e la Bolivia, e quindi proprio nei pressi del lago Titicaca, era Viracocha, la cui leggenda lo descrive come un individuo ricco di conoscenza, con la pelle chiara, occhi azzurri, alto di statura, con capigliatura e barba bionde o bianche, che indossava una lunga tunica bianca con una cintura in vita, e insieme ai suoi seguaci detti gli “splendenti”, sarebbe arrivato dal mare. Se la leggenda fosse vera, forse Viracocha e i suoi seguaci potrebbero esser stati degli esploratori provenienti dal territorio della Mesopotamia, che oltre le conoscenze, portarono con sè nel sud America vari reperti, tra cui il Vaso Fuente Magna. Link immagini: link Link utili: Viracocha / Fuente Magna

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Nella famosa pietra olmeca (la prima in alto a sinistra), possiamo vedere una delle prime, se non la prima, rappresentazione di Kukulkan, ovvero il “Serpente Piumato”, che diventerà poi una delle divinità più influenti del pantheon dei maya, e successivamente degli aztechi, dove sarà conosciuto col nome di Quetzalcoatl. In questa incisione, ritroviamo il “dio” seduto dentro una sorta di “trono”, che in realtà, si presenta come un vero e proprio serpente gigante, ma il dettaglio su cui mi vorrei focalizzare, è l”oggetto” che lo stesso Kukulkan tiene nella mano destra sollevata, ovvero quello strano “secchiello”. Se avete avuto modo di osservare gli innumerevoli bassorilievi, o i sigilli sumeri, così come quelli babilonesi, che raffigurano le divinità conosciute come Anunnaki, ritroviamo spesso questo particolare dettaglio. Anche gli Anunnaki sumeri, come in questo caso Kukulkan, venivano raffigurati con quel secchiello in mano. Perchè? Cos’è quello strano manufatto tenuto in mano da queste divinità? Un cestino per raccogliere funghi ed altre piente allucinogene, come suggeriscono alcuni studiosi, o un’arma super tecnologica come sostengono i seguaci della “Teoria degli antichi astronauti”? Al momento, per questo genere di domande, non disponiamo di una risposta seria e convincente, ma di certo, possiamo affermare con totale certezza che gli artisti di queste due civiltà così distanti nello spazio e nel tempo, per qualche strano motivo, abbiano avuto la medesima idea, raffigurando lo stesso oggetto nelle mani dei loro dei, e credo che questo sia un dettaglio decisamente particolare ed insolito per considerarlo una banale coincidenza, non credete? E di certo, quello era un dettaglio molto importante, e non trascurabile per entrambe le culture, dato che lo ritroviamo spesso rappresentato nelle loro opere. E’ giusto però far notare, che esistono dei manufatti realizzati in pietra ritrovati proprio nell’area geografica della Mesopotamia, che sembrano in tutto e per tutto quel tipo di “secchiello” rappresentato dagli scalpellisti dell’epoca, ma detto questo, in molti credono che i reperti portati alla luce altro non siano che le riproduzioni di un oggetto più antico che forse, veniva tenuto in mano proprio da quei “soggetti” chiamati Anunnaki. A parte quest’ultima considerazione, per la nostra analisi, è importante notare come, sia in centro America, che in Mesopotamia, troviamo delle raffigurazioni di divinità che tengono in mano lo stesso identico oggetto. Link immagini: linklink Link utili: Anunnaki / Kukulkan / Olmechi

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Un altro simbolo riprodotto più e più volte, sia presso le civiltà sorte in Mesopotamia (o in moltissime altre culture antiche, tra cui ad esempio quella egizia e greca), così come in quelle del Mesoamerica, è “L’Albero della Vita”. In generale, ad oggi si pensa che l’Albero della Vita, sia un riadattamento ebraico di simboli già presenti presso i popoli antichi: in effetti, lo ritroviamo per la prima volta nella tradizione mesopotamica di “Elam”, o in Egitto, con il “sicomoro sacro”, come pure il “Djed”, che giocano un ruolo importante nell’esoterismo egizio. In india l’Albero della Vita si chiama “Aśvattha”, i buddhisti hanno l'”Albero Bo” o la “Ficus Religiosa”, i popoli nordici il frassino “Yggdrasil”, o gli assiri l'”Asherah Originale” ecc.. Detto questo, se è vero che i maya non entrarono mai in contatto con tutte queste culture, come è possibile che abbiano riprodotto lo stesso simbolo? Anche questa è una coincidenza? La prima immagine, è una ricostruzione di un famoso bassorilievo maya, in cui si possono vedere due sovrani ai lati di quello che viene appunto identificato come Albero della Vita, ma la stessa immagine, realizzata chiaramente in uno stile artistico differente, la ritroviamo su numerosi bassorilievi sumeri e babilonesi, e come già detto, presso moltissime altre culture meno antiche quanto quelle mesopotamiche. Sarebbe coerente ritrovare il simbolo dell’Albero della Vita riprodotto da culture antiche “vicine”, nello spazio e nel tempo, come appunto i babilonesi, gli egizi, i greci ecc., ma ritrovarlo anche in Mesoamerica, dall’altra parte dell’oceano, dal mio punto di vista è molto significativo. Se poi osservate meglio le immagini che vi ho proposto, sia sopra l’albero della vita maya, che su quello sumero (foto in basso),  troviamo raffigurato “qualcosa” che vola, mi spiego meglio. Sopra l’Albero della Vita maya, che loro stessi chiamavano “Wakah Chan”, potete vedere quello che gli storici interpretano come “uccello celeste”, uppure come i sette pappagalli che starebbero ad indicare le sette stelle della costellazione del “Grande Carro”, e secondo altre interpretazioni il Quetzal, l’uccello “sacro” per i maya, mentre sopra l’albero della vita sumero, abbiamo un “disco solare alato”, o secondo altre interpretazioni un “carro celeste” al cui interno è visibile chiaramente un dio. In entrambe le raffigurazioni quindi, oltre che ritrovare al centro lo stesso simbolo, ovvero l’Albero della Vita, su di esso sono presenti due elementi legati al “volo”. La due scene, e le simbologie (a parte le interpretazioni fornite dagli storici) sono praticamente identiche! Se anche i maya  svilupparono questo simbolo così particolare, credo che significhi una sola cosa, che anche loro lo conoscevano! Link immagini: linklinklink link  Link utili: Elam / Wakah Chan / Albero della Vita

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Il mito del “Diluvio universale”, come avevo già spiegato in questo articolo (link), è presente presso centinaia di culture sparse un po’ ovunque nel mondo, e il racconto più famoso, almeno per noi occidentali, lo si ritrova senza alcun dubbio fra le pagine della Bibbia, nel Libro della Genesi. Ma la descrizione biblica, in realtà, sembra esser stata ripresa direttamente da una tradizione ancor più antica, e più nello specifico, nell’Epopea di Gilgamesh, dove si raccontano le gesta di un personaggio chiamato Utnapishtim (in antico babilonese), o Ziusudra (in sumerico), che poi sarebbe l’equivalente del Noè biblico. Se prendessimo il racconto sumero (o quello biblico) del Diluvio universale, e lo volessimo poi pubblicare in un libro a sè, potremmo tranquillamente utilizzare come immagine di copertina, la foto del bassorilievo precolombiano scoperto dall’esploratore Teoberto Maler fra le rovine del maestoso sito maya di Tikal, in Guatemala. Questa, sarebbe una rappresentazione fedele, e più che convincente del diluvio! Nell’immagine troviamo un sovrano a bordo di una piccola imbarcazione, che cerca di “svignarsela” da un vero e proprio cataclisma. Nella scena infatti sono presenti: a sinistra sullo sfondo, una piramide a gradoni che crolla mentre un vulcano sta eruttando, e in acqua, troviamo un uomo che sta annegando (o forse è già annegato), e un pesce morto che galleggia sulla superfice. Quella raffigurata, è chiaramente una scena apocalittica, che come già detto, si presterebbe alla perfezione per descrivere il diluvio sumero, o biblico, e quel sovrano, intento a fuggire sulla sua piccola barca, non può non farci venire in mente il “buon vecchio”  Noè, o l’originale, Utnapishtim/Ziusudra, che scampò all’inondazione proprio grazie ad un’imbarcazione. E’ possibile che presso le civiltà del Mesoamerica sia arrivato anche questo antico mito? Io credo proprio di sì, e come vedremo qui di seguito, le tradizioni e i miti mesopotamici, sembrerebbero essere ben conosciuti dalle culture precolombiane. Link immagini: link Link utili: Treccani, Utnapishtim / Diluvio universale / Diluvio maya / Teoberto Maler

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La gigantesca piramide di Cholula, situata vicino a Puebla, in Messico, è considerata la struttura più grande mai costruita dall’uomo. Fu edificata in un periodo che va dal III secolo a.C fino al IX secolo d.C., e attualmente, gli scavi eseguiti sulla struttura hanno portato alla luce solo un quarto dell’edificio. Quando si visita il sito, sembra di osservare una collina ricoperta di vegetazione, sulla cui sommità, dove in passato si ergeva il tempio originale distrutto dagli spagnoli, oggi troviamo una chiesa cattolica risalente al 1594. Nel libro “Impronte degli Dei”, l’autore e ricercatore Graham Hancock, afferma come l’antico racconto sulla costruzione di Cholula, (che egli stesso chiama “lo ziggurat”) presenterebbe molte analogie con il racconto biblico della costruzione della Torre di Babele. L’autore dedica a questo mistero un intero capitolo intitolandolo proprio “La Babele messicana”, in cui cita un’antica storia appresa da Diego Duran (un raccoglitore di tradizioni indigene, nonchè un francescano che lottò per recuperare la conoscenza perduta del passato), quando visitò Cholula nel 1585. In quella città, Duran avrebbe intervistato un vecchio venerando, che si diceva avesse più di cento anni, il quale gli raccontò la seguente storia della costruzione della piramide di Cholula, o il “grande ziggurat”:

“In principio, prima che fosse creata la luce del sole, questo luogo, Cholula, era avvolto nell’oscurità e nella tenebra; c’era solo una pianura priva di colli o rilievi, circondata da ogni parte dall’acqua, senza alberi nè creature. Subito dopo che la luce e il sole sorsero ad est, apparvero uomini giganteschi di abnorme statura i quali presero possesso della terra. Innamorati della luce e della bellezza del sole, decisero di costruire una torre talmente alta che la sua cima toccasse il cielo. Dopo aver raccolto il materiale necessario, trovarono un’argilla molto adesiva e del bitume con cui cominciarono a costruire rapidamente una torre…E quando la ebbero innalzata al massimo, in modo che toccasse il cielo: Avete notato che quelli della terra hanno costruito una torre alta e superba per salire fin quassù, giacchè sono innamorati della luce del sole e della sua bellezza? Venite a confonderli, perchè non è giusto che quelli della terra, che vivono nella carne, si mescolino con noi. Immediatamente gli abitanti del cielo si precipitarono come folgori; distrussero l’edificio, divisero e sbaragliarono i suoi costruttori in tutte le parti della terra”.                                                                                                                                                                    

Incredibile vero? Questa storia, anche se non identica, è davvero molto simile al racconto biblico della Torre di Babele, a sua volta rielaborato da tradizioni mesopotamiche più antiche. Per chi non ricordasse il racconto biblico, ecco il link. Come abbiamo visto, i racconti e le tradizioni antiche provenienti dalla Mesopotamia, per qualche motivo le ritroviamo anche presso le culture precolombiane d’America. Link immagini: link Link utili: Cholula Puebla / Graham Hancock

Dopo l’analisi di tutti questi indizi archeologici, possiamo confermare che nelle Americhe, insieme alle civiltà di cui abbiamo già parlato nei diversi articoli dedicati al “contatto precolombiano”, siano sbarcate anche le remote popolazioni mesopotamiche, proprio come sostenevano le guide con cui ebbi modo di parlare all’interno delle rovine maya del Messico e del Guatemala.

*Il discorso dei “Contatti fra le culture precolombiane dell’America e i popoli di tutto il mondo antico”, lo troverete esposto nei diversi articoli suddivisi per tema linkati qui di seguito. Buona lettura!

– 1/9: Introduzione

– 2/9: Barba, baffi e pizzetto nell’arte precolombiana del mesoamerica

– 3/9: Il contatto con i popoli negroidi

– 4/9: Antichi egizi nel Mesoamerica

– 5/9: Asiatici in Mesoamerica

– 6/9: I romani arrivarono in America?

– 8/9: Gli antichi egizi hanno visitato il sud America?

– 9/10: Altri indizi del contatto con stranieri 1/2

– 10/10: Altri indizi del contatto con stranieri 2/2

 

 

 

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