I SHARDANA E I POPOLI DEL MARE – 1/3

17

Illustrazione a cura di Misteri del Passato

Avevo solo cinque anni quando mio papà gestì per un’intera stagione estiva una gelateria in Sardegna, e seppur ero molto piccolo, passando lì tutta l’estate riuscii comunque ad intuire come quella splendida isola trasudasse di fascino e mistero, anche perchè il locale gestito da mio papà si trovava a Porto San Paolo, praticamente di fronte all’isola Tavolara, e ogni sardo che si rispetti, sa quanto quella strana isola semi deserta, dalla forma allungata e con quelle alte pareti rocciose a strapiombo sul mare, sia in grado di incantare chiunque, soprattutto un bambino di cinque anni fantasioso e curioso com’ero io all’epoca. Inutile dirvi che la Sardegna, lasciò dentro di me un bellissimo ricordo, e mai avrei immaginato quanto il mio interesse per quella splendida terra fosse giustificato, sì perché in effetti, oltre a possedere un incantevole e suggestivo paesaggio, essa ospita numerosissimi siti archeologici, fra nuraghi, Tombe dei Giganti, dolmen, menhir e addirittura ziggurat, che rappresentano un grande risultato dal punto di vista ingegneristico, ma soprattutto quel misterioso passato (quasi del tutto dimenticato, e “censurato”) dell’isola. Naturalmente, la mia curiosità nei confronti di questa terra si è nuovamente accesa (e molto di più) quando ho inziziato ad interessarmi seriamente all’archeologia, e ho scoperto che proprio in Sardegna, era vissuto uno dei popoli più affascinanti ed enigmatici della Storia…quello dei Shardana.

Su quest’antica popolazione, ancora oggi sembrerebbe esserci una sorta di velo di mistero, e chiaramente più il mistero si infittisce, più la mia curiosità si accende, e non appena ho cominciato a leggere alcune curiosità su questo antico popolo sardo, ho sentito il forte desiderio di approfondire e comprendere chi fossero realmente questi Shardana. Per farlo, mi sono affidato soprattutto agli studi e alle ricerche di Leonardo Melis, un vero e proprio ricercatore ed esploratore “alla Indiana Jones” con la passione per i Shardana, nonchè autore di una lunga collana di libri dedicati a questa tematica (e non solo). Attualmente dispongo dei libri “Shardana – I Popoli del Mare”, “Shardana – La Bibbia degli Urim”, Shardana – Jenesi degli Urim”, tre fra le interessanti opere di Melis, grazie alla quale è possibile ottenere tutte le informazioni riguardanti quel misterioso popolo che durante dell’età del bronzo colonizzò la Sardegna, e insieme ad una grossa coalizione di altri popoli marinari, sconvolse gli equilibri dei grandi imperi sorti sulle sponde del Mediterraneo orientale. Oltre alle opere di Leonardo Melis, ho trovato molto interessante anche il libro di Eric H. Cline “1177 a.C. Il collasso della civiltà”, che tratta proprio della distruzione degli imperi millenari a causa delle incurisoni dei Popoli del Mare sul finire del secondo millennio a.C., e il libro “Civiltà nuragica” di Paolo Melis, che è più che altro uno studio più dettagliato dei nuraghi, e dei vari reperti archeologici rinvenuti in Sardegna: i classici bronzetti raffiguranti guerrieri o capitribù, animali di vario tipo o le magnifiche navicelle, i lingotti di rame, vasi, asce, bracciali e chi più ne ha, più ne metta!

I GUERRIERI SHARDANA

Quando si trattava di scendere in battaglia, i soldati Shardana erano di sicuro ben equipaggiati. Oltre agli accenni storici e i bassorilievi egizi, di cui parleremo fra non molto, possiamo avere un’idea di come si presentassero questi spietati guerrieri Shardana osservando i numerosi bronzetti che li raffigurano. Li vediamo indossare spesso un elmo cornuto, un gonnellino corto, uno scudo tondo, lunghe spade triangolari, pugnali, lance, archi e a volte una capigliatura munita di lunghe trecce. Le similitudini fra il corredo bellico dei guerrieri Shardana rappresentati su diversi bassorilievi egizi (articolo 2/3, link) e quello dei bronzetti “nuragici” della Sardegna, nonché l’assonanza del nome Shardana con quello di Sardi-Sardegna, fanno giustamente pensare che i Shardana provenissero appunto dalla Sardegna, o che si fossero insediati nell’isola in seguito alla tentata invasione dell’Egitto. Ecco qui di seguito alcuni dei più famosi bronzetti “nuragici” raffiguranti dei guerrieri.

4

Fra quelli che vengono comunemente chiamati “bronzetti nuragici”, oltre alle miniature di soldati, fra arcieri o la comune “fanteria”, troviamo anche rappresentazioni di capitribù (bronzetti in basso a destra), che insossano spesso lunghi copricapi a punta, che ricordano vagamente quei leggendari maghi e stregoni delle mitologie sorte in nord Europa, come ad esempio il famoso Merlino del “Ciclo Arturiano”. Riguardo a questa particolare “connessione” (nord Europa / Mediterraneo) , più avanti (articolo 3/3, link) proveremo a fare alcuni ragionamenti, cercando di formulare una teoria convincente che spieghi come, e quando sia avvenuto il presunto contatto fra le popolazioni “nordiche” e “mediterranee”.

6

LE “NAVICELLE NURAGICHE”

Le “navicelle nuragiche”, ovvero quei modellini di imbarcazioni scambiate erroneamente dagli archeologi per lampade ad olio, sono state ritrovate in molte aree del Mediterraneo: a Cipro, in Toscana, nel Lazio, nelle tombe di Cerveteri, a Vetulonia, a Gravisca, ma soprattutto in Sardegna. Sono veramente decine, e rappresentano senza ombra di dubbio le antiche imbarcazioni dei Popoli del Mare, e ad essere più precisi, quelle dei Shardana. Da “Shardana i Popoli del Mare” di Leonardo Melis:

“Esse riproducono perfettamente delle navi a prora alta, con protone animale (cervi, antilopi, gazzelle), con uno strano albero terminante spesso con un più strano anello rotante, che ha tratto in inganno i nostri illustri studiosi portandoli ad affermare che non si tratta di modelli di navi, ma di lampade ad olio”.

Ecco qui di seguito alcune delle cosiddette “navicelle nuragiche”.

9

Ho avuto modo di osservare ed analizzare molte immagini di navicelle, e anche io, come molti altri studiosi come F. Brono Vacca, citato dallo stesso Leonardo Melis, sono giunto alla conclusione che esse non siano affatto delle lampade ad olio come ritengono invece alcuni archeologici, ma che siano delle vere riproduzioni di navi. Osservandole, non riesco ad immaginarle piene di olio e appese ad una corda, la stessa forma impedirebbe la funzione di lucerna, la trovo inadatta ad accogliere liquidi ed un eventuale lucignolo. E poi, credo che se fossero delle semplici lampade destinate ad essere sostenute da una corda, con quella particolare forma, riempite di olio e poi appese si sarebbero inevitabilemnte rovesciate, perchè su molte navicelle l’albero con l’anello rotante finale lo si ritrova spostato di molto rispetto al centro dello scafo, ciò non coincide con l’idea di una corda a sostenere l’oggetto, il peso sarebbe stato maggiore da un lato piuttosto che l’altro.  E poi diverse navicelle presentano i fianchi traforati, questo avrebbe di sicuro facilitato la fuoriuscita dell’ipotetico olio contenuto una volta appesa la presunta lampada. Tuttavia, molte navicelle hanno una poppa che va a formare una specie di beccuccio, non molto diverso da quello che ritroviamo anche su molte lucerne, forse questo dettaglio ha ingannato per diverso tempo gli archeologi e gli studiosi interessati all’antica cultura nuragica.

Un altro interessante dettaglio che ritroviamo su molte navicelle, è quella specie di “colomba” sulla cima dell’albero con l’anello rotante. L’interpretazione che Leonardo Melis da a questo dettaglio a mio dire è molto suggestiva, ma forse un po’ troppo elaborata. Egli infatti, sostiene l’ipotesi di Vacca e dell’ingegner Mario Pincherle, i quali ritiengono che l’anello (o sfera) sormontato dalla “colomba” sulla cima dell’albero, potesse essere in realtà un sistema tecnologico di orientamento, composto da un anello rotante e un magnete (la colomba). In pratica, secondo questa teoria, si sarebbe trattato di una vera e propria bussala in grado di puntare sempre a nord-sud, cosa decisamente utile se si volesse individuare una rotta precisa durante la navigazione, soprattutto in mare aperto. Per approfondire questo discorso consiglio di leggere “Shardana – I Popoli del Mare”.

Io però, riguardo a questo particolare dettaglio, ho invece elaborato una mia personale interpretazione, che reputo sia molto interessante nonchè piuttosto convincente, e se fosse corretta, non solo avremmo una risposta definitiva alla domanda: “cos’è quella cosa sulla sommità dell’albero delle navicelle nuragiche, una colomba, una mezzaluna, un paio di corna?”, ma dimostrerebbe senza ombra di dubbio che quelle rappresentate dai Popoli del Mare e soprattutto dai Shardana, siano inequivocabilmente delle riproduzioni di imbarcazioni. Diversi popoli marinari, compreso quello dei grandi navigatori Vichinghi (di cui vi avevo parlato in questo articolo, link), quando si addentravano in mare aperto in zone da loro inesplorate, per capire se si stessero avvicinando alla terraferma adottavano una strategia in effetti intelligente e molto efficace, che consisteva nel liberare dei volatili e “mandarli in ricognizione”. L’idea era semplice, se il volatile non fosse più tornato indietro alla nave, con ogni probabilità aveva trovato la terraferma e si era fermato lì, se invece fosse ritornato da loro, significava che quei temibili guerrieri/marinai avrebbero dovuto cercare terra altrove, o proseguire ancora la navigazione sulla stessa rotta fino a che non avessero trovato un nuovo villaggio da saccheggiare. Ebbene, io credo che l’immagine di quella specie di “colomba” sulla sommità di molte navicelle nuragiche, stia proprio ad indicare quella tecnica di ricerca della terraferma che consisteva nell’utilizzo di un volatile liberato e “mandato in ricognizione”, adottata nel corso della Storia da diversi popoli sparsi un po’ ovunque nel mondo, e forse anche dagli stessi Shardana e gli altri Popoli del Mare, e sicuramente dai Vichinghi molti secoli più tardi. La mia personale ipotesi, fornisce un ulteriore (e significativo) indizio a riprova del fatto che quegli oggetti in bronzo siano proprio navi in miniatura. D’altronde, quella raffigurata sulla sommità dell’albero sembra proprio essere una colomba (o in generale qualche altro tipo di volatile), anche lo stesso Melis lo conferma, e prima di formulare una qualsiasi ipotesi, proviamo a prendere per buona la prima interpretazione. E cosa ci fa un volatile su una nave? L’unica risposta che mi viene in mente è quella che vi ho appena esposto, è la rappresentazione del volatile che i Shardana mandavano in ricognizione per trovare la terraferma! Per quanto riguarda invece l’anello rotante in cima all’albero, credo che servisse semplicemente per sostenere un ulteriore albero trasversale munito di una particolare vela, stessa ipotesi formulata tra l’altro da F. Brono Vacca.

Ecco qui di seguito come dovevano apparire le navi dei Shardana (e della coalizione dei Popoli del Mare). Forse, le stesse navicelle di bronzo, all’epoca si completavano proprio come i seguenti modellini, con tanto di vele e cordicelle, ma queste parti sarebbero state realizzate di sicuro con dei materiali che inevitabilmente, nel corso del tempo si sarebbero deteriorati fino a sparire completamente, ecco forse il motivo per cui di questo decisivo dettaglio oggi non ve n’è più traccia.

8

Immagini prese da: ceramics.itccvmodelli.it

I NURAGHI

La Sardegna, è disseminata ovunque di nuraghi, cioè quel tipo di costruzione in pietra di forma tronco conica, simbolo per eccellenza della cosiddetta “Civiltà nuragica”, che prende il suo nome direttamente da queste antiche strutture sarde. Ad oggi, se ne possono contare circa 7000, secondo alcune fonti 7000/8000, ma si ipotizza che in passato il loro numero fosse maggiore. Troviamo mediamente un nuraghe ogni 3 km², e naturalmente, essi caratterizzano notevolmente il paesaggio sardo. Per quanto riguarda la loro funzione, gli studiosi ancora non hanno espresso un parere unanime, ma con ogni probabilità, essi fungevano da fortificazione durante gli scontri tribali. La maggior parte degli studiosi, ritiene che i nuraghi furono costruiti nel II millennio a.C., a partire dal 1800 a.C. fino al 1100 a.C.. Alcuni sono più complessi ed articolati, veri e propri castelli nuragici con il mastio che in certi casi raggiungeva un’altezza tra i venticinque e i trenta metri, ma la maggior parte sono torri ristrette verso l’alto, un tempo alte dai dieci, ai venti metri, con diametro di base dagli otto ai dieci metri e in alcune zone dislocate a poche centinaia di metri le une dalle altre, come nella Valle dei Nuraghi, nella regione storica del Logudoro-Meilogu, oppure nelle regioni della Trexenta e della Marmilla. Qui di seguito potete vedere una ricostruzione del nuraghe Arrubiu, oggi in rovina (foto in basso) come la maggior parte dei nuraghi della Sardegna.

18

immagini prese da: sardiniapropertyfinderlaghienuraghi

Un numero così elevato di nuraghi, che all’epoca, come abbiamo appena visto, si presentavano come veri e propri castelli con tanto di torri fortificate, sono la prova che la civiltà che li edificò, era sicuramente “avanzata” da un punto di vista ingegneristico e culturale.

Come vedremo più avanti (articolo 2/3, link), alcuni nuraghi risultano molto simili ad altre costruzioni edificate altrove, come il Grande Zimbabwe, (situato appunto in Zimbabwe) o come i broch scozzesi risalenti all’età del ferro (articolo 3/3, link), il che suggerisce una possibile interazione fra il popolo sardo e le civiltà sorte in questi luoghi ben distanti dall’isola al centro del Mediterraneo.

Inoltre, c’è che sostiene che la Civiltà nuragica, abbia addirittura avuto a che fare con la costruzione del Pueblo Bonito, un’antica città situata nel Nuovo Mondo, in Arizona, ed associata al popolo nativo dei Pueblo. Ma secondo la maggior parte degli studiosi, quest’ultima struttura fu edificata dagli antichi puebloani ed occupata tra l’828 ed il 1126 (d.C.), periodo ben distante dalla costruzione dei nuraghi in Sardegna. Questa suggestiva teoria, nasce dal confronto fra l’architettura dei nuraghi sardi e le strutture erette dai Pueblo, per certi versi simili fra loro, ma personalmente, prima di dare per buona quest’ipotesi, credo che dovremmo approfondirla, studiarla e verificarla a dovere.

Insomma, la Civiltà nuragica, o meglio, i Shardana (questo era il loro vero nome), sembrano offrirci molti spunti di riflessione, ma soprattutto, un quadro più dettagliato del tipo di civiltà che sorse in Sardegna (e non solo) durante l’età del bronzo, diversi secoli prima dell’avvento dei Romani. Oltre ai nuraghi, in Sardegna si trovano anche le cosiddette Tombe dei Giganti, anch’esse numerose e presenti su tutta l’isola, ed altre strutture architettoniche complesse, come lo “Ziggurat” di Monte d’Accoddi, oppure le enigmatiche statue dei “Giganti” di Mont’e Prama, o l’alta concentrazione di menhir antropomorfi eretti nella cosiddetta “Valle dei Menhir”, nei pressi di Villa Sant’Antonio in provincia di Oristano, e ancora il famoso allineamento di Pranu Mutteddu, a Goni in provincia di Cagliari, che fa parte di un’area molto ricca di monumenti megalitici risalenti addirittura al Neolitico. In questi articoli dedicati ai Shardana, non troverete descrizioni dettagliate di tutti questi esempi di antiche costruzioni sarde, ma sicuramente più avanti, realizzerò un articolo ad hoc per questa tematica, che sicuramente merita di essere approfondita.

La ricerca sui Shardana prosegue nel seguente articolo: Link

Link utili:

Leonardo Melis

Shardana

Bronzetti nuragici

Civiltà nuragica

Nuraghe

Pueblo Bonito

 

Annunci