TEORIA DEGLI ANTICHI ASTRONAUTI – INDIZI ARCHEOLOGICI DELLA PRESENZA EXTRATERRESTRE IN EPOCHE PASSATE – SECONDA PARTE

CATEGORIA: ANTICHI ASTRONAUTI

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Proseguiamo con l’analisi di alcuni fra gli indizi archeologici più interessanti, che indicherebbero l’arrivo di qualche razza extraterrestre sul nostro pianeta in epoche passate. Tempo fa, avevo pubblicato il primo articolo dedicato a questa affascinante ricerca, in cui presentavo ed analizzavo diverse opere antiche che a detta dei “seguaci della teoria degli antichi astronauti”, sarebbero la prova evidente di un’interazione fra le antiche civiltà ed esseri superiori provenienti dal cosmo, ma già sapevo che un solo articolo non sarebbe assolutamente bastato per affrontare questa tematica, perchè gli indizi a nostra disposizione sono davvero a decine, e infatti decisi da subito che quella sarebbe stata solo la prima parte di una serie di articoli realizzati ad hoc. Quindi rieccoci di nuovo con il secondo articolo dedicato alla “teoria degli antichi astronauti” e all’analisi degli indizi archeologici a favore di questa suggestiva teoria.

La premessa è la medesima del primo articolo (link). Prima di dare per scontato che un antico manufatto rappresenti realmente un velivolo spaziale, oppure un astronauta, o un alieno “grigio”, conviene studiare a dovere le tradizioni e i costumi dell’epoca, nonc il popolo a cui si attribuisce il reperto in questione. Forse quegli strani manufatti, che ci ricordano chiaramente tecnologie futuristiche o qualche tipo di razza extraterrestre, non sono altro che antichi oggetti “sacri”, o rappresentazioni di demoni, divinità mitologiche, o animali comuni a quel genere di cultura, come suggerisce l’archeologia tradizionale, ma allo stesso tempo, non possiamo comunque escludere la possibilità che qualche popolo del passato, abbia rappresentato attraverso le proprie opere possibili visitatori da altri mondi con le loro “misteriose” tecnologie. D’altronde, decine e decine di popoli sparsi un po’ ovunque sulla Terra puntano il dito verso le stelle quando gli si chiede quale sia il luogo d’origine delle loro divinità….

Una volta fatte le accurate analisi, e assimilati i dati necessari, possiamo avere un’idea più chiara di ciò che realmente abbiano voluto raffigurare i popoli del mondo antico, solo allora possiamo fare le dovute considerazioni e formulare delle ipotesi credibili. Ma anche a quel punto, si può essere liberi di interpretare a proprio modo le opere, e in un certo senso, sia le interpretazioni fornite dagli “accademici”, che dai “ricercatori alternativi”, almeno dal mio punto di vista, hanno lo stesso peso.

BEP-KOROROTI

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“Il guerriero dal cosmo sembrava provare piacere nel vedere la fragilità di queste persone. Nell’intento di voler dare loro una dimostrazione del suo potere, alzò l’arma di tuono e, indicando successivamente un albero e poi una roccia, distrusse entrambi. Tutti compresero che Bep-Kororoti voleva dimostrare loro che non era venuto per fare la guerra”. 

Così recita una leggenda sviluppata presso la tribù amazzonica dei Kayapó, un gruppo etnico del Brasile stanziato nello stato del Mato Grosso, in piena foresta pluviale equatoriale sugli affluenti del Rio Xingu, che ogni anno celebra con uno strano rito l’arrivo di un misterioso personaggio, il Dio Bep-Kororoti, anche detto “colui che viene dal cosmo”. Il culto dedicato al Dio Bep-Kororoti, che sembra avere le stesse caratteristiche del Culto del Cargo, sviluppato in seguito alla seconda Guerra Mondiale presso alcune tribù di aborigeni della Micronesia, e di cui vi avevo parlato all’inizio del primo articolo dedicato a questa ricerca, viene spesso preso d’esempio dalla clipeologia e dai seguaci della teoria degli antichi astronauti per avvalorare la loro tesi. Secondo la leggenda di Bep-Kororoti, in tempi remoti la tribù dei Kayapó ricevette la visita di uno strano personaggio vestito in modo decisamente “stravagante”, esso indossava infatti una strana veste che gli copriva il corpo per intero, un copricapo che nascondeva tutta la testa compreso il volto, ed impugnava una potente arma in grado di “lanciare fulmini”. Questo strano visitatore, che i Kayapó chiamarono in seguito Bep-Kororoti, un po’ per via del suo particolare abbigliamento, o per l’arma di cui disponeva, ma anche per la sua bellezza e lo splendore bianco della sua pelle, o la sua straordinaria intelligenza e benevolenza verso tutti, affascinò i membri della tribù amazzonica a tal punto da essere considerato una vera e propria divinità, e il rito annuale dei Kayapó, durante la quale un membro di alto rango della tribù indossa uno strano costume realizzato in vimini (vedi foto) per rappresentare ed interpretare il misterioso visitatore, dimostra come la figura di Bep-Kororoti sia ancora oggi di estrema importanza per la tribù amazzonica. La leggenda narra inoltre che il presunto “visitatore spaziale” insegnò agli indigeni tutto il suo sapere, e visse a lungo con loro, tanto da crearsi anche una famiglia, ma un giorno, per qualche strano motivo, il Dio Bep-Kororoti decise di ripartire abbandonando i suoi cari e gli indigeni con cui aveva vissuto per molto tempo, e non fece più ritorno. Diversi ricercatori nel corso dei decenni hanno provato a formulare un’ipotesi meno fantascientifica che possa spiegare chi o cosa fosse realmente questo misterioso visitatore. C’è chi sostiene che si sia trattato di un solitario conquistadores armato di fucile e disperso nella foresta amazzonica, giunto nel sud America dopo la scoperta ufficiale del 1492 da parte di Cristoforo Colombo, che in effetti sarebbe apparso alle tribù locali come un personaggio esotico dalle fattezze piuttosto particolari, e decisamente molto più acculturato e intelligente di loro. Oppure c’è chi, osservando lo stravagante abbigliamento indossato durante il rito per assomigliare al misterioso individuo, crede che si trattasse semplicemente di un antico apicultore, e che quindi Bep-Kororoti altro non sia che una sorta di “Dio protettore delle api” per i Kayapó. Le teorie avanzate dai vari ricercatori, che vedono Bep-Kororoti come un semplice conquistadores o un antico apicultore sono in effetti credibili entrambe, ma nella leggenda che parla di questa antica divinità, troviamo chiari riferimenti a tecnologie di tipo moderno, come ad esempio la potente arma da cui scaturivano fulmini, ma è anche vero che militarmente i conquistadores possedevano un vantaggio tecnologico sui nativi grazie alle armi da fuoco e di acciaio, e forse l’arma che “sparava fulmini”, altro non era che il fucile facente parte del corredo bellico di un semplice conquistadores. Possibile che la leggenda parli in realtà di una visita da parte di un europeo armato di fucile e con indosso un’armatura scintillante, e quindi di eventi accaduti in tempi non così troppo remoti, o era davvero uno viaggiatore del cosmo, giunto sulla Terra per aiutare gli indigeni ad evolversi? Dal mio punto di vista, parlando di “antichi astronauti”, penso che il culto di Bep-Kororoti sia uno degli esempi più intriganti da analizzare, ma che nessuno ad oggi possa dire con certezza chi fosse stato realmente questo strano personaggio portatore di saggezza. Link immagine: link Link utili: Bep Kororoti – video Youtubedaniken – Bep KororotiKayapo

LE LINEE DI NAZCA

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In tutto il mondo, vi sono popoli che nel corso della Storia hanno realizzato grandi opere da ammirare dal cielo per entrare in contatto con le divinità, e nel deserto di Nazca, un altopiano arido che si estende per una ottantina di chilometri tra le città di Nazca e di Palpa, nel Perù meridionale, troviamo oltre 13.000 linee tracciate nel terreno, veri e propri geoglifi conosciuti come Linee di Nazca. A causa delle caratteristiche del suolo, risulta molto difficile datare con certezza il periodo storico in cui furono realizzate le linee, soprattutto per la difficoltà di applicare il sistema di datazione con il Carbonio 14, cosa che fino ad ora non ha dato risultati concreti e soddisfacenti. Le migliaia di linee si sono conservate integre fino ai nostri giorni per via della quasi totale mancanza di pioggia e vento, che fanno del deserto di Nazca uno dei luoghi più aridi al mondo. Osservando l’area desertica dall’alto, troviamo diverse tipologie di disegni e linee. Ci sono i disegni geometrici (foto in alto), come gli enormi triangoli, o le linee rette lunghe diversi chilometri realizzate alla perfezione e tracciate con piccolissimi angoli di deviazione, che in alcuni casi proseguono addirittura “dritte per dritte” sulle le montagne. Poi troviamo una serie di disegni più elaborati, che vanno a formare grandi figure di varia natura e visibili solo dall’alto, in alcuni casi figure zoomorfe, in altri antropomorfe. Fra i disegni più famosi troviamo ad esempio: (A) “il Condor”, (B) “il Colobrì”, (C) “il Ragno”, (D) “la Scimmia” (foto seguenti). Queste stupefacenti figure, che secondo l’archeologia ufficiale venivano utilizzate dai Nazca come veri e propri percorsi spirituali, vennero prima realizzate in scala ridotta e successivamente tracciate sul terreno con l’aiuto di un indispensabile reticolato di corde, risultando incredibilmente ben proporzionate, soprattutto se teniamo conto delle loro notevoli dimensioni. Esse rappresentano sicuramente una grande conoscenza da parte del popolo Nazca, tanto che sembrano essere state realizzate da veri e propri tecnici e ingegneri dell’epoca.

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Oltre i numerosi disegni di animali, nel deserto di Nazca troviamo anche misteriose figure dai tratti umanoidi, come nel caso del grande geoglifo conosciuto come “l’Astronauta” (foto seguente) tracciato sul fianco di una montagna, che secondo i seguaci del paleocontatto potrebbe essere la rappresentazione di una specie di alieno “grigio” intento a salutare i suoi “fratelli” venuti dallo spazio.

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A mio dire però, l’opera più insolita e stupefacente fatta dal popolo Nazca, sempre che l’abbia fatta realmente quest’antica cultura, è il livellamento totale della cima di una montagna, sulla quale poi venne realizzata una grossa piattaforma artificiale (foto seguente). Come potete vedere, la sommità di questo monte risulta completamente spianata. E’ evidente che questa fu un’incredibile se non impossibile impresa ingegneristica, anche oggi per realizzare una cosa del genere servirebbero anni e anni di lavoro, servendosi tra l’altro di potenti macchinari e tecnologie moderne, ed è assurdo pensare che i Nazca, con le loro “attrezzature primitive” riuscirono a superare una prova di questo tipo. E poi, è giusto far notare che, stranamente, nei dintorni della montagna spianata non si trova nessuna traccia del materiale di scarto. Dove sono finiti tutti quei metri cubi di terreno e rocce che componevano la sommità della montagna?

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Tutte queste grandi opere ed imprese ingegneristiche, hanno portano alcuni a credere che dietro la loro realizzazione, ci sia lo “zampino” di qualche razza extraterrestre venuta dal cosmo, che in un momento della Storia, ebbe forse alcune interazioni con il popolo Nazca. La sovrapposizione dei motivi tracciati nel terreno, induce a credere che essi siano stati realizzati in almeno due momenti storici, e chi ha avuto la fortuna di sorvolare l’area desertica in questione, riferisce che le figure geometriche tracciate nel terreno, ovvero le linee lunghe chilometri o i triangoli, sembrano essere state create molto prima delle figure zoomorfe e antropomorfe. Osservando la zona dall’alto, anche servendosi solo del programma Google Earth, è possibile notare come il paesaggio, con le sue innumerevoli linee, ricordi una sorta di aeroporto moderno con tanto di piste d’atterraggio. La teoria degli antichi astronauti, in questo caso vuole che tanto tempo fa, un popolo evoluto di visitatori provenienti dallo spazio e in cerca di minerali, abbia scelto proprio il deserto di Nazca per raccogliere il materiale, e che per farlo, si sia servito di alcuni rover tecnologici, come quelli utilizzati da noi sul suolo lunare o di Marte, che in effetti avrebbero lasciato sul terreno tracce lunghe chilometri, e guarda caso, questa zona desertica risulta proprio essere ricca di minerali di vario tipo. Quindi il popolo Nazca, scambiò quei visitatori spaziali in cerca di minerali per delle vere e proprie divinità, proprio come fecero gli aborigeni della Micronesia con i soldati Americani e il loro “Dio Jon Frum” (Jhon From) per il Culto del Cargo, e una volta finita la raccolta del materiale, dopo aver lasciato ovunque tracce nel terreno, i visitatori avrebbero abbandonato per sempre il deserto di Nazca. E sempre come gli aborigeni devoti al Culto del Cargo, che costruirono piste d’atterraggio e aeroplani in legno e paglia per “incentivare” il ritorno dei soldati americani, il popolo Nazca decise invece di tracciare sul terreno numerosi motivi e disegni visibili solo dall’alto, per attrarre nuovamente le proprie divinità provenienti dalle stelle, da cui forse appresero importanti insegnamenti. Link immagini: linklinklinklinklink Link utili: Linee di Nazcadaniken – Nazca

IL GIGANTE DI ATACAMA

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Il Gigante di Atacama è un grande geoglifo antropomorfo lungo circa 119 metri, tracciato nel deserto di Acatama, in Cile, che secondo l’archeologia tradizionale, rappresenta un guerriero stilizzato. La figura è frontale, ha un corpo di forma rettangolare, gambe divaricate, braccia aperte con gomiti bassi e mani sollevate, volto stilizzato con occhi e bocca rotondi simile ad una maschera dalla quale partono quattro linee parallele da ognuno dei suoi tre lati. La raffigurazione è probabilmente il risultato dell’opera di varie culture precolombiane che si sono succedute nella zona tra l’800 e il 1500, in particolare le culture Tiahuanaco e Inca (in questo articolo – link – troverete interessanti informazioni sulle grandi opere/costruzioni realizzate da queste antiche culture del sud America). Nelle ultime tre decadi, nel deserto di Atacama sono stati scoperti oltre 5000 geoglifi, che probabilmente avevano funzioni rituali, ma di certo quello del “Gigante”, è il geoglifo più interessante da esaminare. Alcuni ricercatori, hanno paragonato questa figura al Dio Viracocha raffigurato sulla “Porta del Sole” situata presso le rovine di Tiahuanaco, che presenterebbe le stesse caratteristiche, volto/maschera simili e braccia e gambe nella medesima posizione, mentre per i seguaci della teoria degli antichi astronauti, il “Gigante” non sarebbe altro che la raffigurazione di un “Dio” visitatore proveniente dal cosmo, un po’ come il geoglifo dell’Astronauta tracciato nel deserto di Nazca. Link immagine: link Link utili: Gigante di Atacama

LE MISTERIOSE STATUETTE HONGSHAN

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La cultura di Hongshan, si sviluppò durante il Neolitico nel nord-est della Cina tra il 4700 e il 2900 a.C.. Il suo nome deriva dal sito di Hongshanhou situato nel distretto di Hongshan, nella prefettura di Chifeng nella Mongolia interna. I manufatti ritrovati nelle sepolture includono alcuni dei primi esempi di lavorazione della giada, e quest’antichissima cultura, è conosciuta proprio per il suo artigianato in giada i cui soggetti principali erano di ispirazione animale. Ma fra gli innumerevoli manufatti Hongshan, vi sono anche numerose statuette dalle fattezze antropomorfe davvero singolari. Io personalmente gli chiamo “Exogini”, proprio come quella serie di piccole staction-figure realizzate in gomma e lanciata sul mercato sul finire degli anni 80′ dalla GIG, e per chi come me fosse nato negli anni 80′, di certo saprà di cosa sto parlando, e comprenderà anche il mio “assurdo” paragone….Proprio come gli Exogini, queste statuette in giada, raffigurano strane creature deformi, spesso accovacciate, con teste, occhi ed orecchie incredibilmente allungate, o figure a due teste con braccia incrociate a volte muscolose. Anche in questo caso, si può essere liberi di interpretare queste figure a proprio piacimento. Inutile dirvi che per i seguaci della teoria degli antichi astronauti, queste piccole opere sono l’ennesimo indizio a favore della loro suggestiva teoria. Ma chi può dire con certezza cosa rappresentino queste misteriose statuette…Sono semplicemente personaggi di fantasia, individui con indosso strani costumi con tanto di maschere, dei demoni, o si tratta realmente della rappresentazione di strani alieni? Link immagini: linklinklinklinklinklink Link utili: Cultura di HongshanHongshan culture – thehistorytemple – La cultura di Hongshan

UFO IN UN ANTICO AFFRESCO

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Esistono numerosi dipinti realizzati in tempi antichi, che sembrano ritrarre veri e propri velivoli spaziali simili a razzi o dischi volanti, ma fra tutte queste opere, la più particolare è senza alcun dubbio l’affresco proveniente dalla Chiesa Monastero protestante nella città di Sighisoara, in Romania. Nella scena troviamo: al centro un grande edificio, probabilmente una chiesa, con due specie di “antenne” poste sul tetto, sopra a cui fluttua un velivolo discoidale. Sopra l’oggetto volante, c’è una specie di colonna di fumo in cui si intravedono a malapena altri oggetti. Nella parte sottostante del dipinto è riportato in tedesco un passaggio del salmo 130,7: “Israele si fida del Signore!”. Nessuno sa chi abbia realizzato quest’opera, né quando, tuttavia il testo riportato nel dipinto non può essere di sicuro precedente al 1534, anno in cui venne pubblicata la prima Bibbia in tedesco tradotta da Lutero. Forse qualcuno penserà che l’affresco non sia poi così tanto antico, e che magari sia stato realizzato nel XX secolo, quando i film di fantascienza riempivano già le sale cinematografiche, peccato che alcuni ricercatori, hanno scovato il medesimo disco volante inciso anche su alcune medaglie (immagine seguente) del XVII secolo, probabilmente destinate al gioco d’azzardo.

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In effetti, la somiglianza tra gli oggetti volanti rappresentati su queste medaglie e quello dell’affresco in questione è innegabile, si tratta infatti (in tutti i casi) di un oggetto discoidale diviso in varie sezioni, con al centro (nella parte sottostante) una specie di spuntone che punta verso il basso. A mio parere, queste immagini rientrano nella categoria degli indizi più convincenti a favore della teoria degli antichi astronauti. Sono più che sicuro che in questo caso, abbiamo a che fare con veri e propri velivoli simili agli Ufo presenti nel nostro immaginario moderno. Link immagini: linklink Link utili: universoparalelo14Coin ufo

WELAND IL FABBRO

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Nelle prime due immagini, potete vedere un particolare bronzetto risalente a circa il VII-VIII secolo ritrovato a Uppåkra, un villaggio nel comune di Staffanstorp, nella Svezia meridionale a cinque chilometri a sud di Lund. Il villaggio è conosciuto per il sito archeologico dell’età del ferro, che è stato scavato attivamente dal 1996. I reperti archeologici portati alla luce in queste rovine sono di prima qualità e davvero molto numerosi, ma ad aver attirato maggiormente l’attenzione del pubblico, e dei seguaci della teoria degli antichi astronauti, è senza alcun dubbio questo strano oggetto, che rappresenta chiaramente un uomo con una specie di tuta alare futuristica. Ciò che è certo, è che esso non può sicuramente essere la raffigurazione di un angelo giudeo-cristiano, poichè all’epoca la cristianizzazione non aveva ancora preso piede in Scandinavia. Ma secondo alcuni ricercatori, la mitologia norvegese in questo caso potrebbe fornirci due interpretazioni, entrambe molto convincenti: o si tratta di un dio che indossa il mantello magico di Freyja (altra divinità della mitologia norrena), oppure non è altro che la raffigurazione del mitico Weland, che indossa la sua particolare tuta alare “piumata” realizzata da egli stesso per scappare dalla sua prigionia da parte del re Niðungr.

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Nella Mitologia germanica e nordica, Weland è un mastro fabbro leggendario, il cui mito è anche raffigurato sull’VIII Pietra di Ardre (immagine A), dove è possibile distinguere chiaramente Weland (immagine B) con indosso sul dorso un paio di ali, dalla forma tra l’altro molto simile a quelle rappresentate nel bronzetto. Esistono inoltre alcune opere meno antiche dedicate sempre alla leggenda di Weland, come ad esempio una splendida illustrazione realizzata da Wilhelm von Kaulbach nel 1848 (immagine C) e ripresa in seguito nell’opera di Guido Görres del 1883 “Der Hürnen Siegfried und sein Kampf mit dem Drachen” (Hürnen Siegfried e la sua lotta contro il drago) . In inglese antico questo mitico personaggio è conosciuto col nome di Wēland, in norreno Völundr o Velent, in antico alto-tedesco Wiolant e in proto-germanico Wēlandaz, cioè Wēla-nandaz, letteralmente “coraggioso in battaglia – combattente coraggioso”. La versione più completa del mito è riportata nella “Þiðrekssaga af Bern”, ovvero la “Saga di Teodorico da Verona”:

“Velent è figlio del gigante Vaði. Affidato dapprima al fabbro Mímir, poi a due abili nani, egli viene istruito sul mestiere di fabbro. Terminati l’apprendistato, i nani, invidiosi della sua abilità, cercano di uccidere Velent che però ha la meglio: egli, presi attrezzi e ricchezze di quelli, si mette al servizio di re Niðungr. Sfidato da Amilias, l’arrogante fabbro del re, a costruire una spada che fosse in grado di perforare la migliore armatura, Velent forgia la spada Mímungr, che taglia a metà non solo l’armatura, ma anche lo stesso Amilias, che la indossava. Tempo dopo Niðungr scende in guerra e dimentica a palazzo le pietre della vittoria (una sorta di amuleto portafortuna). Promette allora a chi glie le avesse recuperate metà del regno e la propria figlia in sposa. Velent riesce nell’impresa, ma, di ritorno al campo, viene assalito dagli uomini del re che desideravano il premio promesso. Per difendersi da questi Velent uccide un ufficiale, quindi porta al re le pietre e narra l’accaduto. Niðungr, adirato per la morte dell’ufficiale, non solo nega a Velent la ricompensa, ma e lo costringe a lavorare per lui nella fucina giorno e notte e gli fa tagliare i tendini delle gambe, perché non possa fuggire. Velent inizia allora a preparare la propria vendetta: uccide i figli bambini del re e usa le loro ossa per fabbricare oggetti per il sovrano. Qualche tempo dopo la figlia di Niðungr si presenta da lui, chiedendogli di riparare un anello: egli la violenta mettendola incinta. Velent manda allora a chiamare suo fratello Egill, abile arciere, che accorre prontamente in suo aiuto. Seguendo le indicazioni di Velent, Egill si procura molte piume d’uccello: con esse Velent si fabbrica un paio di ali e vola fino al palazzo di Niðungr. Qui racconta al re quanto era accaduto ai suoi bambini e come avesse violentato sua figlia, poi vola via. Di lì a poco Niðungr muore e gli succede il figlio Otvin. Questi fa pace con Velent, che sposa sua sorella, la principessa, già madre di suo figlio Viðga.”

A questo punto, viene da chiedersi se Weland, la cui leggenda presenta alcune analogie con il mito greco di Icaro e di suo padre Dedalo, che per fuggire dal famoso labirinto di Creta, utilizzano due paia di ali progettate dallo stesso Dedalo (link), non abbia avuto a che fare con qualche tipo tecnologia simile a quelle moderne, perchè il bronzetto in questione, sempre che riguardi realmente Weland, come fanno notare diversi “ricercatori alternativi”, sembra in effetti raffigurare un uomo con indosso una sorta di tuta alare provvista di ali, ancor più futuristica di quelle utilizzate ai nostri giorni dagli appassionati di Base jumping. Riguardo a ciò, la teoria del paleocontatto insiste nell’affermare che il personaggio ritratto in questo bronzetto, che rappresenti realmente il leggendario fabbro Weland, oppure una delle tante divinità presenti nella mitologia norrena, sia comunque entrato in contatto, o abbia collaborato direttamente con “esseri superiori” provenienti da altri mondi e muniti di stupefacenti tecnologie. Link immagini: linklink link Link utili: Weland il fabbroWieland der Schmied – odroerirjournal – Uppakra – germanicmythology

LE PITTURE RUPESTRI DI SEGO CANYON

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Su di una lunga parete rocciosa in arenaria del sito archeologico di Sego Canyon, situato nella regione dello Utah, è possibile osservare una vera e propria galleria d’arte rupestre composta da numerose rappresentazioni sacre, circa 80 petroglifi raffiguranti strani esseri a grandezza naturale, privi di braccia e gambe, spesso con occhi incavati rotondi e muniti di due specie di antenne sulla testa, che secondo i sostenitori della teoria degli antichi astronauti, sarebbero rappresentazioni di esseri extraterrestri che in tempi remoti visitarono la Terra, entrando in contatto con i nativi del luogo, e le strane caratteristiche anatomiche delle stesse figure, sottolineerebbero il fatto che non si tratta affatto di raffigurazioni di esseri umani. In generale queste pitture rupestri, testimoniano un’antichissima presenza umana nella regione dello Utah, che secondo i dati forniti dagli storici, venne occupata per un lungo periodo, che va da almeno il 6000 a.C., al 1800 d.C.. Naturalmente, gli storici tradizionalisti affermano che le misteriose figure dipinte nel sito, rappresentino semplicemente delle entità spirituali, con cui gli antichi sciamani riuscivano ad entrare in contatto durante e riti mentre erano in stato di trance, ma per i teorici degli antichi astronauti, questa ipotesi non regge, e sono più che convinti che questi enigmatici petroglifi, siano la prova di una visita nel passato della Terra da parte di qualche razza aliena proveniente dal cosmo. Link immagine: link Link utili: scienceviews – Sego Canyonepochtimes

LE MISTERIOSE INCISIONI IN VALCAMONICA

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Ecco un altro famoso caso di arte rupestre i cui soggetti ritratti, per i seguaci della teoria degli antichi astronauti, rappresenterebbero dei visitatori spaziali provenienti da altri mondi giunti sulla Terra in epoche remote. Si tratta delle incisioni rupestri della Val Camonica, in provincia di Brescia, e costituiscono una delle più ampie collezioni di petroglifi preistorici del mondo. Furono realizzate lungo un arco di tempo di 8000 anni, fino all’Età del ferro (I millennio a.C.), e quelle dell’ultimo periodo sono attribuite al popolo dei Camuni, ricordato dalle fonti latine. Molte delle figure incise, sono strani individui che sulla testa, presentano quello che secondo i teorici del paleocontatto sarebbe una sorta di casco spaziale, mentre nelle mani impugnerebbero una specie di arma o strumento tecnologico. Oltre questi presunti visitatori spaziali, sarebbero stati incisi anche i loro velivoli (immagine a destra), dalla forma simile e “quadrifogli”. Link immagini: linklink Link utili: Incisioni rupestri della Val Camonica

GLI STRANI DISEGNI DEL TASSILI N’AJJER

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Un altro esempio di soggetti interpretati come esseri extraterrestri o visitatori spaziali, lo ritroviamo in alcune pitture rupestri risalente al 10.000 a.C. situate in una grotta del Tassili n’Ajjer, un massiccio montuoso del deserto del Sahara, nel sud est dell’Algeria presso il confine con la Libia. Oltre che per il suggestivo paesaggio, il Tassili n’Ajjer è noto anche per l’arte rupestre di epoca preistorica e per altri antichi siti archeologici di epoca neolitica, quando in questa regione il clima era più umido e al posto del deserto vi era la savana. Sono state finora identificate circa 15.000 tra pitture e incisioni rupestri che raffigurano mandrie di bestiame, grandi animali selvaggi tra cui elefanti, giraffe e coccodrilli, attività umane come caccia e danza. Ma fra tutte queste immagini, ad aver attirato l’attenzione dei teorici del paleocontatto, sono delle misteriose rappresentazioni di divinità o esseri spirituali, molte delle quali sembrano possedere strani dispositivi simili a caschi spaziali spesso muniti di antenne, o armi tecnologiche. Purtroppo però, dopo tutti questi millenni, ad oggi non disponiamo di documenti scritti che possano far luce sul vero significato di questi strani esseri, e ancora una volta, ogni teoria a riguardo finisce per avere lo stesso valore. Link immagini: linklink Link utili: Tassili n’Ajjer

L’ENIGMA DEI WANDJINA

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L’Australia, è la culla della cultura più antica dell’umanità, esistono infatti alcune tribù di aborigeni, come quella degli Unambal nella regione di Kimberly, che è senza alcun dubbio la più remota cultura apparsa sulla Terra. Il culto degli antenati, è la base su cui poggia la religione sciamanica di tutte le popolazioni native dell’Australia, ma soprattutto degli Unambal, e i Wandjina, gli esseri spirituali nonchè creatori del mondo, sono in pratica le loro divinità ancestrali. In una grotta ritenuta sacra dagli stessi Unambal, troviamo molte immagini dei misteriosi Wandjina risalenti a circa 4000 anni fa, raffigurati privi di bocca, con grossi occhi scuri e nasi sottili, e sempre con una specie di aurea intorno alla testa, ciò che i sostenitori del paleocontatto interpretano come un certo tipo di casco spaziale. In questo caso, gli stessi Unambal ritengono che i Wandjina siano degli “spiriti delle nuvole” o “esseri del cielo” giunti dalla Via Lattea sulla Terra per insegnare all’uomo le leggi e le “regole della vita”. Possibile che in tempi remoti, un qualche tipo di razza extraterrestre sia giunta realmente in Australia e abbia avuto diverse interazioni con le tribù native? Per gli Unambal la risposta è sì, e la loro antichissima tradizione orale, sembra decisamente essere ricca di chiari riferimenti ad esseri extraterrestri provenienti dal cosmo. Link immagini: linklink Link utili: WandjinaAustraliani aborigeni – bradshawfoundation – Unambal

LE STATUETTE DOGU

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Le statuette Dogu, sono raffigurazioni di animali e di esseri umanoidi provenienti dal Giappone, e risalenti al tardo periodo Jōmon (1000 – 400 a.C.). I teorici degli antichi astronauti sostengono che alcune di questi manufatti, conosciuti come “Shakōki-Dogū”, rappresentino degli esseri extraterrestri con tanto di tute spaziali. Secondo alcuni ricercatori, gli Shakōki-Dogū, potrebbero anche essere rappresentazioni di individui Inuit dell’Artico, per via della sottile fessura degli occhi che assomiglia ai tradizionali occhiali da neve utilizzati da queste popolazioni. Ma alcuni fanno notare che i soggetti rappresentati in queste statuette, sembrano indossare una sorta di armatura, di certo inconsueta per l’epoca e per un popolo primitivo. Tra l’altro, nel corso del tempo sono state portate alla luce diverse statuette Dogu con queste particolari caratteristiche in tutto il nord del Giappone, ciò fa presupporre che quell’immagine fosse conosciuta e accettata da tutti i clan Giapponesi dell’epoca. Chi può dire con certezza cosa rappresentino realmente i Dogu? Forse, come suggeriscono i seguaci del paleocontatto, sono realmente raffigurazioni di esseri extraterrestri e tecnologicamente avanzati, o forse, rappresentano semplicemente uomini o donne provenienti da altre zone della Terra (come appunto gli Inuit), vestiti con particolari abiti del tutto differenti da quelli presenti in Giappone a quel tempo. Link immagini: linklink  Link utili: Dogu Periodo_Jomon – Inuit

LE ANTICHE STATUETTE DELLA CULTURA VINCA

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La cultura di Vinča, fu una cultura preistorica che si sviluppò nella penisola Balcanica tra il VI e il III millennio a.C.. Nel VI millennio a.C., questa cultura occupava una zona delimitata dai Carpazi a nord, dalla Bosnia a ovest, dalla pianura di Sofia a est e dalla valle di Skopje a sud. La cultura toccò il corso del Danubio, nelle attuali Serbia, Romania, Bulgaria, Macedonia e Kosovo. Il suo nome deriva dal villaggio di Vinča, situato sulle rive del Danubio, 14 chilometri più a valle di Belgrado, dove numerosi scavi archeologici portarono alla luce il più grande insediamento neolitico in Europa. Questa cultura, nel corso dei millenni fondò svariati centri abitativi, tra i quali troviamo quello di Pločnik, sito di 120 ettari in cui recenti scavi hanno gettato una notevole luce sulla cultura Vinča. Qui, è stato rinvenuto un gran numero di oggetti di culto, come le migliaia di statuette antropomorfe di grande importanza nella spiritualità di queste genti, e che i seguaci del paleocontatto, per via delle loro particolari caratteristiche, ancora una volta interpretano come esseri provenienti dal cosmo. Link immagini: linklink link  Link utili: Cultura di Vinca

 

 

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